Ci sono storie che entrano nella nostra vita un po’ per caso, un po’ per curiosità, un po’ per necessità. Ci sono storie che rimangono ancorate al nostro essere per tempo, altre che toccano istantaneamente la nostra vita e poi dimenticate, altre che ci tormentano, altre che ci rallegrano, altre che ci arricchiscono.

Ci sono storie che compongono, come pezzi di un grande puzzle, la nostra quotidianità: anch’essa una storia, un groviglio di racconti da cui dipartono strade infinite fatte di narrazioni e altre storie ancora. Se proprio dovessi regalare, a te lettore, un’immagine, direi che siamo sempre quel punto blu che appare una volta aperto Google Maps: in attesa di andare a destra o a sinistra, su o giù; in attesa di incontrare incidentalmente o no, nuove storie, nuove strade nel nostro percorso.

Questa storia, quella che leggerai tra le prossime righe, ha toccato la mia vita qualche anno fa durante una semplice giornata al liceo (che proprio semplice non fu). È una storia che scuote gli animi, che invita all’azione, che spinge alla riflessione, che abbatte i pregiudizi, che ha tanto da insegnare.

Tre i riferimenti temporali da tenere a mente: 1952; 1990; 2021.

La Sicilia del ’52 è una terra profondamente segnata dagli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale; un mondo che sospira con fatica nel tentativo di ricostruzione e rinascita. È in questo contesto che il pianto di Rosario Livatino rimbomba nella piccola cittadina di Canicattì, nell’agrigentino.

Apparteneva ad una famiglia di umili avvocati, infatti, inizia a sentir parlare di leggi e norme sin da quando la madre lo portava in grembo. Era un bambino vivace, riservato, il primo della classe, dal cuore grande e altruista.

A venticinque anni il coronamento di un sogno: nel luglio del ’78 diventa magistrato dopo non semplici e pochi sforzi. Di Rosario giudice si racconta molto. Infinito fu il suo tempo passato tra le mura dei tribunali di Agrigento e Caltanissetta. Un collega impeccabile, dice il giudice Provenzano: “Lo ritenevo un grande magistrato e poi lo scoprivo umile nei gesti di ogni giorno”; era un uomo con uno spiccatissimo senso del dovere tanto da voler lavorare anche il quindici di agosto, quando in Sicilia, il pensiero è soltanto rivolto al sole e al mare.

Oggetto delle sue indagini furono i rapporti tra mafia e imprenditoria siciliana, le infiltrazioni della mafia nella vita politica e della politica nella vita mafiosa; si occupa della vicenda delle “fatture false” che vede la condanna dei “cavalieri del lavoro di Catania” poi annullata da Corrado Carnevale, presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione. Di nuovo, 1-0 per loro!

Accade infatti, come ricorda Nando Dalla Chiesa nel suo celebre scritto sul giudice Livatino, che ci fossero a quei tempi “i giudici in trincea”: “Quelli che si tengono la sconfitta, quella specie di intimidazione che” sperava, direi io, “di ridisegnare i confini tra ciò che è legale e ciò che è illegale.”

Protagonista di questa storia è anche la paura: paura fondativa di una sentenza ingiusta e una condanna a morte emessa dagli appartenenti alla Stidda. Come spiega il Prof. Marco Pappalardo nello scritto “Non chiamatelo ragazzino”: “Era più severo con lei che con Cosa Nostra”, “Non si stanca di starle dietro notte e giorno”.

Rosario Livatino viene brutalmente ucciso nel settembre del 1990 e queste furono le sue ultime parole: “Cosa vi ho fatto picciotti?”.

I funerali di stato sono talvolta il simbolo delle più grosse ferite inferte alla nostra storia repubblicana. Nel ’90 si parla di episodi ricorrenti, e ciò non stranisce quella parte di società che si teneva lontano, parte di quella cerchia omertosa che avrebbe preferito continuare a chiudere gli occhi piuttosto che agire responsabilmente. Poi c’erano la politica e i politici, spesso sotto i riflettori durante la commemorazione di uomini morti ammazzati, anche a causa dell’assenza dello stato: “Un organismo flaccido e addormentato incapace di disporre le contromisure più essenziali”. (N. Dalla Chiesa).

Ma non è tutto, la presenza del politico non è solo apparenza. Si va oltre, si supera il limite con la banalizzazione del lavoro di chi combatteva “in un deserto di forze”.

Di seguito le parole del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga: “Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta.” Ma arriva la parte interessante, a soli otto mesi di distanza è lo stesso Cossiga a definire il giudice: “Valoroso servitore dello stato”.  

A trentun anni dalla sua morte Rosario Livatino diviene beato, oggi lo si celebra e ricorda ogni 29 ottobre. Quando si parla di questa immensa figura non bisogna dimenticare un aspetto che caratterizzò il suo essere giudice, uomo, figlio e cittadino: la fede. Ricorda Sebastiano Ardita, magistrato membro del CSM, che in Rosario “convivono due dimensioni, quella del giudice […] e quella del credente. […] La sua vita è fatta di sacrifici e a volte di sofferenze, ma è la vita del credente che si occupa di essere credibile: come magistrato agli occhi degli uomini e come cristiano agli occhi di Dio.” (prefazione del libro “Non chiamatelo ragazzino”, M. Pappalardo)

E infine, per me, Lavoisier aveva proprio ragione quando disse: “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.” Le lontane conoscenze del mondo scientifico talvolta mi aiutano a semplificare lunghi ragionamenti. È vero, non c’è altro da dire sulla morte del giudice Livatino, però c’è da discutere sul nostro presente. Credo fermamente che la sua personalità possa rappresentare un esempio da seguire: non c’è “ragazzino” che non possa arrivare dove desideri, non c’è sacrificio che non venga ripagato, non c’è dedizione e senso del dovere che non venga riconosciuto, non c’è fede che non aiuti a sperare, non c’è responsabilità che non costruisca per un domani sano.

La sua figura è simbolo di umiltà, conoscenza, spirito di servizio, senso di giustizia, rispetto. Il compito più arduo, ai nostri giorni, è quello di tenere vivo quanto di più prezioso è stato lasciato in eredità dal nobile lavoro di chi ha sacrificato, perfino la vita, per una terra migliore. Tenere in vita, “vita” dal latino vivita, speculare al greco bios: “Crescita, volontà di presenza, capacità di eternarsi nell’avvicendarsi delle generazioni”. Dunque, tenere in vita come spirito di maturazione, come azione del presente, come necessaria trasmissione a chi verrà, come forte coscienza presente e futura. In fondo, come diceva Livatino: “quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”.

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