30 anni, 10950 giorni.

Ogni vittoria presuppone una guerra, ogni battaglia presuppone morti e feriti, ogni conflitto presuppone condottieri valorosi. Questa è la storia che si ripete incessantemente nel tempo, questa è la storia che ancora una volta riportiamo su carta, per non dimenticare.

19 luglio 1992.
Muore il magistrato Paolo Borsellino, muoiono con lui gli agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.

Sono solo cinquantacinque giorni a separare la morte di Borsellino da quella del collega, amico, “fratello”, Giovanni Falcone. Si racconta un’altra pagina nera della storia italiana, una pagina in cui con fatica riusciamo a mettere in ordine i fatti, ad individuare i mandanti, a capire perché, a cercare la verità.

Con certezza, sappiamo del mancato ritrovamento dell’agenda rossa del magistrato. Non sappiamo per mano di chi o per volontà di chi in Via D’Amelio il 19 luglio di quella calda estate alle 16:58 il procuratore salta in aria insieme ai cinque agenti della scorta. Sappiamo però dei depistaggi, sappiamo che Cosa nostra non era sola. Sono troppi i punti sconnessi tra loro che aspettano di essere collegati da un unico filo per restituirci una visione completa di quanto successo, perché, come diceva Borsellino “senza verità non c’è giustizia”.

Arrivati qui, bisognerebbe individuare tutte le possibili interpretazioni che ad oggi possiamo attribuire al 19 luglio del ’92. C’è chi sostiene che la morte di Borsellino sia una conseguenza delle ricerche sui mandanti della strage di Capaci. In quei cinquantacinque giorni il giudice cercò, fino all’ultimo respiro, di difendere l’amico “come” sempre “aveva fatto quando era vivo.” Poteva scegliere di andare via ma “rimase per fedeltà a un’amicizia.”

C’è chi sostiene che da quel giorno Cosa nostra abbia iniziato la sua lenta e proficua mutazione. Scrive il giornalista Attilio Bolzoni: “Totò Riina non era più utile, è stato messo nel sacco, usato e gettato via, armato e sacrificato. […] La mafia cambia sempre, quelle facce sconce sono diventate “impresentabili”. Serve una mafia più rassicurante […] più simpatica, più pettinata, e all’occorrenza, più politicamente corretta.”

C’è chi, come il fratello Salvatore, si è messo in moto per la ricerca di quella verità che neanche nelle aule dei tribunali siamo stati, efficientemente, in grado di ricostruire. Ci siamo fermati al “Borsellino quater” e alla conferma delle condanne all’ergastolo per i boss Salvatore Madonia e Vittorio Tutino.

In un incontro tenutosi al Politecnico di Torino, poco tempo fa, proprio il fratello del giudice si chiedeva se veramente con quest’ultimo processo fossimo arrivati, non tanto ad una verità storica, ma quantomeno ad una verità giudiziale.

Per rispondere utilizziamo direttamente il ragionamento fatto in Cassazione: quanto emerso nel processo sulla trattativa Stato-mafia è di “sostanziale neutralità” e non ci sono “nuovi scenari” (dopo 30 anni) nonostante gli “abnormi inquinamenti di prove”. Si, perché sono dei falsi pentiti ad accusare inizialmente chi venne imprigionato per la morte del procuratore. Perché? “L’indagine è stata avvelenata, per portare tutti lontano dalla verità. Come sempre, in Italia” (A. Bolzoni).

La Cassazione conferma la natura mafiosa della strage di Via D’Amelio, strage che rappresenta una risposta di Cosa nostra “stretta dalla paura e da fondati timori per la sua sopravvivenza” all’indomani del maxiprocesso. E nella stessa sentenza i giudici della Suprema Corte ritengono “che possano esservi stati anche altri soggetti, o gruppi di potere, interessati alla eliminazione del magistrato e degli uomini della sua scorta”.

E infine, c’è chi continua incessantemente ad impegnarsi nella lotta alla mafia, chi crede nella verità e nella possibilità di ricostruirla, chi crede nelle idee di chi si è battuto per una terra migliore, per una terra libera.

Certo, la battaglia è lunga, la vittoria potrebbe essere vicina nonostante i traguardi raggiunti. La sfida è non fermarsi, affinché si faccia chiarezza su tali tragedie, per noi, per i familiari e per tutti coloro che ci succederanno.

Concludo, dunque, con una riflessione del procuratore Gianfranco Caselli. In un incontro tenutosi a Torino, con centinaia di studenti universitari, si chiedeva cosa fossero le stragi a trent’anni di distanza: nient’altro che “vendetta postuma di Cosa nostra nei confronti di Falcone e Borsellino, nient’altro che tentativo di spegnere e fare finire il metodo del pool.”

All’indomani della strage di Via D’Amelio Antonio Caponnetto disse: “è tutto finito, non c’è più niente da fare”. Ma ieri come oggi, quella fine, rappresenta il principio di una vittoria: migliaia di palermitani dicono “no” alla mafia, chiedono lealtà e trasparenza. Come? Con i lenzuoli bianchi fuori dalle abitazioni, con i cortei, con le manifestazioni, con le voci e i primi atti di resistenza. È per questo che bisogna tener vivo il fuoco incessante di tale battaglia; dobbiamo farlo a nome di chi ha iniziato, di chi non ce l’ha fatta, di chi non ha potuto e di chi non ha voluto.

C’è un finale ancora da scrivere e una vittoria tutta da festeggiare.

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