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Venerdì 12 agosto sono arrivate a Wall Street alcune richieste di delisting da parte di importanti colossi cinesi. Si tratta di China Life Insurance, PetroChina, China Petroleum & Chemical, Sinopec e Aluminum Corp. Of China, cinque delle più grandi società statali cinesi che, messe insieme, raggiungono una capitalizzazione di circa 370 miliardi di dollari, poco più della metà della capitalizzazione complessiva della nostra Piazza Affari. La causa potrebbe essere l’insieme delle forti pressioni USA conseguenti all’insufficiente fornitura di informazioni adeguate alle authority di Borsa statunitensi; un fenomeno, quello della poca trasparenza, oggi facilmente riscontrabile su numerose società cinesi quotate a Wall Street, come spesso sottolineato dall’amministrazione Trump negli anni passati. È questo il motivo principale per cui il tema dell’audit appare sempre più centrale in USA, soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia (con la Cina che sembra esercitare il diritto del silenzio-assenso) e l’aumento delle tensioni in Taiwan. Qualche giorno fa, infatti, il Ministero degli Esteri di Pechino ha annunciato sanzioni contro Washington in risposta alla visita a Taiwan della presidente della Camera dei Rappresentanti USA, Nancy Pelosi, sospendendo la collaborazione bilaterale in materia di cambiamenti climatici, rimpatrio degli immigrati irregolari e giustizia. Il problema, di fatto, è capire quali sono le vere intenzioni della Cina su ambo i fronti. È da tempo che la Securities and Exchange Commission degli Stati Uniti (Sec) chiede che le società cinesi quotate negli USA aderiscano a stringenti criteri di trasparenza, pena l’espulsione dal mercato statunitense. Pressioni che certamente incentivano le stesse società a revocare la propria quotazione nel mercato USA, giustificando le proprie intenzioni di delisting facendo peso sul notevole onere amministrativo derivante dal mantenimento della quotazione sul NYSE ed il rispetto a lungo termine della rendicontazione periodica e dei relativi obblighi dell’Exchange Act. Forti preoccupazioni commerciali quindi, così come dichiarato anche dalla China Securities Regulatory Commission. Ma se da un lato sono le stesse società cinesi a minacciare l’abbandono del mercato statunitense, dall’altro anche gli USA sembrano pronti a raggiungere questo finale: ad oggi sono circa 200 le società cinesi che rischiano di dover affrontare minacce di delisting da parte di Wall Street, che il Congresso statunitense, come da poco dichiarato, si impegna a concretizzare entro il 2024. Una vera e propria partita a scacchi dunque, con i due sfidanti che certamente non hanno intenzione di giocare sulla difensiva.

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