Sono dodici, otto uomini e quattro donne, i candidati alla Presidenza della Repubblica Francese che domenica 10 aprile si sfideranno alle urne. Per l’Eliseo si ricandidano il Presidente uscente Emmanuel Macron, con il suo partito La République en marche fondato nel 2017, e Marine Le Pen che, con il suo partito di estrema destra Rassemblement National, prova a invertire gli esiti che l’hanno vista seconda al ballottaggio nel 2017 e terza nel 2012. A questi due nomi, che con molte probabilità rivedremo al ballottaggio del 24, si affiancano quelli dell’ex senatore e ministro socialista Jean-Luc Mélenchon, candidato di La France insoumise (partito della sinistra radicale) che nel 2012 ha ottenuto l’11,1% dei voti e nel 2017 il 19,6%; Eric Zemmour, candidato del partito di estrema destra Reconquêt, passato alle cronache per le sue posizioni negazioniste e antimigratorie (vorrebbe istituire il “ministero del rimpatrio” per espellere i migranti dal territorio francese); Valérie Pécresse, che corre per il partito di destra Les Républicains; Yannick Jadot, candidato dei verdi; Fabien Roussel, per il partito comunista francese; Jean Lassalle, che corre per il partito Résistons; Anne Hidalgo, figlia di immigrati spagnoli, è la candidata del Partito socialista, ormai lontano dai vertici da diversi anni; Nicolas Dupont-Aignan, candidato euroscettico del partito di estrema destra Debout la France; Philippe Poutou, ex sindacalista ed attuale esponente del partito di estrema sinistra Nouveau parti anticapitaliste; ed infine Nathalie Arthaud, rappresentante del partito di estrema sinistra Lutte Ouvrière.

Il sondaggio Ipsos aggiornato al 7 aprile vede così distribuite le intenzioni di voto dei francesi tra i 12 candidati:

All’inizio l’impressione era che ci si sarebbe quasi annoiati in questa campagna elettorale francese. Di fatto, il risultato per molti era scontato: i primi sondaggi davano in netto vantaggio Macron e in tanti consideravano impossibile una risalita della Le Pen. Ma le cose cambiano velocemente, ed in poche settimane il distacco della Le Pen si è accorciato sempre di più. Quali sono state le ragioni di questo improvviso cambio di passo? Da una parte, Macron si è cullato molto dalla iniziale percezione di una vittoria quasi scontata. Nei vari dibattiti televisivi con gli altri candidati non si è mai presentato, subendo forti critiche da parte dei suoi oppositori. Ha rifiutato di dibattere il 5 aprile ad Elysée 2022 sul canale “France 2”, molto seguito dai cittadini francesi. Dall’altra parte è anche vero che Macron ha iniziato tardi la sua campagna elettorale, se messo a confronto con i propri avversari, per via degli impegni diplomatici che vedono l’inquilino dell’Eliseo al centro delle negoziazioni utili a trovare una soluzione pacifica al conflitto russo-ucraino. Tutto ciò ha ovviamente comportato un forte calo nei sondaggi, forse inaspettato. Alla luce di ciò, il 2 aprile all’Arena Defense, di fronte ai suoi 30 mila sostenitori, Macron decide di ‘avvertire’ i suoi elettori: “Ne croyez pas le sondages ou le commentateurs qui seraient formels. Qui vous disent que c’est impossible, impensable. Que l’élection est déjà jouée”. Il messaggio è chiaro: non credete a chi dice che la vittoria è scontata e già in mano al presidente uscente, ma andiamo a votare. 

Nel ballottaggio che vedrà quasi sicuramente da una parte Macron e dall’altra la Le Pen, appaiono evidenti le differenze rispetto a 5 anni fa: mentre nel 2017 la differenza di voto in termini percentuali fu del 32,2% (Macron prese il 66,1% e la Le Pen il 33,9%), oggi la forbice che separa i due non appare così ampia: i sondaggi danno al 53% Macron ed al 47% la Le Pen e con un margine di errore del 3% la partita è ancora tutta da giocare.

Analizzando le due figure singolarmente, su Macron possiamo dire che non è, e non è mai stato, un vero e proprio trascinatore: non è un populista e si è sempre contraddistinto per i suoi discorsi istituzionali in cui è stato sempre capace nel tenere i nervi saldi. Ne sono esempio i discorsi alla nazione in seguito agli attacchi terroristici, i discorsi sulla guerra in Ucraina, i discorsi da campagna elettorale, quelli sulla necessità di salvaguardare la pace e la democrazia, nazionale ed europea. La sua peculiarità sta nell’essere in grado di far capire alla gente quale sia la differenza tra lui, le sue idee, ed i suoi oppositori, che portano avanti politiche anti-immigrazione, anti Nato.
La Le Pen, invece, sta svolgendo una campagna elettorale completamente diversa dalle altre in cui ha partecipato. Avrà capito gli errori fatti nel passato e, di fatto, oggi stiamo riscoprendo un’altra Marine Le Pen. In questa campagna elettorale la candidata ha dimostrato di non essere una candidata di estrema destra, bensì una candidata moderata. Non c’è più la Le Pen con il suo cavallo di battaglia “anti-immigrazione”, ma c’è la Le Pen che pone maggiore attenzione verso il carovita, l’inflazione. Un cambiamento radicale che si può spiegare così: 

  1. La scelta nel rientrare verso posizioni più moderate, sembra essere azzeccata. Se non l’avesse fatto, in questa campagna elettorale ci saremmo trovati con due candidati di estrema destra, molto influenti (Le Pen e Zemmour). E da un punto di vista del “posizionamento”, questo non avrebbe portato benefici né all’uno né all’altro;
  2. Quello a cui stiamo assistendo è che in Europa i movimenti ed i partiti che qualche anno fa si erano definiti sovranisti o populisti, oggi non lo sono più (vedi situazione politica italiana). Ed il motivo è molto semplice: questi partiti si sono scontrati con la realtà. Prendiamo ad esempio la Le Pen. Noi la ricordiamo ancora con le sue proposte anti UE, anti Euro e posizioni filo russe (nel 2017 ricevette anche dei finanziamenti da una banca russa per la sua campagna elettorale). Oggi evita completamente di parlare del conflitto ucraino, dell’importanza di condannare le violenze russe e di trovare un accordo in cui l’UE possa svolgere un ruolo centrale.

Oggi si vota e noi pensiamo che Macron al ballottaggio ce la farà. Sarà una buona notizia per l’Europa.

Bonne élection

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