Ormai un mese fa, precisamente il 9 marzo, in Corea del Sud si sono svolte le elezioni presidenziali mediante il sistema elettorale first past the post – comunemente noto in Italia come sistema uninominale secco -, adottato ad esempio dalla Gran Bretagna. È una metodologia particolarmente semplice tramite la quale vince il candidato che ottiene la pluralità dei voti, anche qualora quest’ultima fosse inferiore alla maggioranza assoluta.
Dalle urne sudcoreane è emerso il nome vittorioso di Yoon Suk-yeol, candidato conservatore per il Partito del Potere Popolare ed ex-Procuratore Generale del Paese dal luglio 2019 al marzo 2021. Yoon Suk-yeol ha battuto il rivale democratico Lee Jae-myung con un margine di scarto dello 0,77% ed il prossimo 10 maggio inizierà il suo mandato presidenziale quinquennale, prendendo il posto alla guida del Paese di Moon Jae-in, anch’esso affiliato al Partito Democratico di Corea.

Se il Presidente uscente Moon si definiva un “Presidente femminista”, e ciò gli garantì nel 2017 l’appoggio delle donne del Paese, cinque anni dopo, con l’elezione di Yoon, la medaglia si è rovesciata mostrando un lato fatto di retorica apertamente misogina. Yoon, il nuovo Presidente, non è minimamente interessato all’elettorato femminile, e cerca di sfruttare la disparità di genere per guadagnare consensi. Lo fa promettendo l’abolizione del Ministero dell’Uguaglianza di Genere e della Famiglia, dentro il quale – secondo lui – gli uomini sono trattati a prescindere come “potenziali maniaci sessuali”, e l’inasprimento delle pene per coloro che dichiarano un falso reato a sfondo sessuale. Una mossa ignobile in un Mondo ed in un Paese in cui le vittime di questi crimini molto spesso evitano di denunciare i propri aguzzini per timore di una loro ritorsione ed anche per sfuggire alla vittimizzazione secondaria.
Sono spiazzanti le dichiarazioni del neo-eletto Presidente circa questa frattura sociale che, a suo dire, non esiste: “in Corea del Sud non esiste nessuna discriminazione di tipo strutturale basata sul genere”. Queste affermazioni, però, sono in netto contrasto con i dati pubblicati dalla divisione delle Nazioni Unite UN Women ed anche con quelli dell’OCSE e del Social Institutions and Gender Index del 2019, che riaffermano marcatamente come in Corea del Sud la parità di genere sia ancora molto lontana.
I numeri che si leggono rappresentano un quadro limpido dell’ineguaglianza di genere nel Paese: secondo l’edizione 2019 del Gender, Institutions and Development, prendendo come base l’indicatore violenza contro le donne e confrontando la situazione sudcoreana con quella dei 36 Paesi membri dell’OCSE (38 dal maggio 2021), emerge come il 18,4% delle donne concorda sul fatto che un marito/compagno possa in determinati casi usare la forza contro la propria partner e che il 16,5% dichiara di aver subito violenza fisica e/o sessuale da un partner in un certo momento della sua vita.

Ciononostante Yoon Suk-yeol ha strumentalizzato egregiamente il forte sentimento anti-femminista, guadagnando la fiducia dell’elettore uomo; la fascia dei 20enni e 30enni è quella che maggiormente ha supportato il candidato conservatore e, secondo un’analisi dell’Hankook Ilbo – ​quotidiano sudcoreano – questo è dato anche dal fatto che il 78,9% dei giovani ventenni sudcoreani si dichiara vittima di discriminazione di genere per via delle politiche adottate in passato a favore dell’uguaglianza tra i due sess, appunto.

Ma Yoon non è il solo a far sentire il proprio disappunto per il femminismo sudcoreano, al quale incolpa il basso tasso di natalità poiché questa “pratica” blocca il tradizionale binomio uomo-donna. Di fatto l’altra figura di spicco è il leader del movimento “Man on Solidarity”, Bae In-kyu che, però, tiene particolarmente a fare una specifica: il target principale non sono le donne bensì solo ed esclusivamente le femministe, che per lui ed i suoi seguaci altro non sono che “donne che odiano gli uomini” e vengono definite come un “male sociale”. Bae definisce la sua dialettica come un attivismo goliardico ma, rileggendo un suo vecchio slogan che pronunciava “Fino al giorno in cui tutte le femministe saranno sterminate!”, si può realmente sostenere la volontà di provocare oppure è più un invito alla violenza e ad un discorso d’odio?
La popolarità di questo movimento è facilmente associabile a due macro-ragioni: anzitutto, in Corea del Sud vige ancora la leva militare obbligatoria maschile con un tempo minimo di 18 mesi, imposizione che viene vista come un mero privilegio per le donne della stessa età, alle quali è permesso di proseguire gli studi e di intraprendere la propria strada nel mondo del lavoro; un privilegio non dovuto e non meritato, secondo molti.
A questo si aggiunge un cambio di prospettiva rispetto al passato, dove le donne venivano viste come un oggetto di proprietà e da proteggere per via della società patriarcale cui era nota la Corea del Sud; oggi, grazie ai numerosi progressi fatti nei diritti delle donne nel Paese, non è più così ed i giovani uomini sudcoreani si dicono fortemente infelici ed arrabbiati per essere le vittime di questa discriminazione di genere inversa.

Questo malcontento che sfocia nel movimento anti-femminista genera forti preoccupazioni tra le donne sudcoreane che temono di vedere retrocedere drasticamente i progressi fatti nel campo dei loro diritti; questo turbamento viene incitato dal linguaggio misogino utilizzato da Yoon Suk-yeol durante i suoi discorsi, per il quale si teme una normalizzazione del problema della violenza contro le donne, qualsiasi sia la sua forma.
Le intenzioni di Yoon appaiono chiare e decise ma per vedere le sue vere mosse bisognerà attendere il suo insediamento, tra poco più di un mese, e la sua effettiva presa di potere. Nel frattempo, nelle piazze principali delle città sudcoreane frasi come “il femminismo è una malattia mentale”, che invocano la giustizia per gli uomini denunciando il femminismo come sola ed unica discriminazione di genere e baluardo della misandria nel Paese, si scontrano con le urla delle femministe per il rispetto dei propri diritti.

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