Ben ritrovati.
Oggi analizzeremo il consumo di energia a livello globale e le fonti utilizzate. Cercherò di rendere più semplice la comprensione del mondo energetico, grazie al lavoro fatto da altri prima di me e non mancheranno infine riflessioni di carattere politico ed economico. Prima o poi la smetterò di atteggiarmi da insegnante, sono solo uno studente d’altronde. Per ora, permettetemi questa libertà.

Nel corso di queste analisi cercherò di usare il meno possibile i dati relativi al 2020 (quelli del 2021 non sono ancora tutti disponibili) poiché si tratta di un anno anomalo rispetto ai precedenti. Le emissioni di gas serra sono calate solamente a causa dell’effetto della pandemia. E infatti, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE, dalla prossima volta ricordatevi gli acronimi) come molte altre istituzioni, ha previsto un rimbalzo delle stesse nel 2021. Considerando il ricorso massiccio al carbone degli ultimi mesi dell’anno a causa dell’aggravarsi della crisi energetica durante la ripresa economica globale – avremo modo di riparlarne in maniera più approfondita – le emissioni potrebbero addirittura raggiungere il record del 2019, se non superarlo.

Il consumo energetico mondiale nel 2019 si è attestato a poco più di 160mila terawatt orari (TWh). L’Unione Europea ha consumato circa 15mila TWh[1], mentre il consumo di energia primaria dell’Italia è stato approssimativamente di 1.460 TWh[2], l’1% circa del totale a livello mondiale. L’unità di misura notoriamente più utilizzata è Mtpe o Mtoe in inglese. Mtep è un acronimo che indica le milioni di/mega tonnellate di petrolio equivalente. L’unità quantifica la quantità di energia rilasciata quando si brucia una mega tonnellata di petrolio. Utilizzo e utilizzerò il TWh per comodità.

Avremo modo, comunque, di approfondire il settore energetico in Italia e in UE.

Prima un paio di considerazioni.

Gran parte del mondo, non solo i Paesi in via di sviluppo, ricava energia dai combustibili fossili – più dell’80% (83,7%, per essere precisi). Come potete vedere dal grafico qui sotto, il petrolio (31,42%) fa da padrone, segue il carbone (27,39%) e infine il gas naturale (24,89%). Rispettivamente 6,9% e 4,34% sono stati coperti da idroelettrico e nucleare, le uniche due fonti low-carbon in grado di garantire energia in maniera stabile, mentre la restante percentuale (circa il 5%) da fonti rinnovabili – solare, eolico, biocarburanti etc…[3]

La differenza tra Italia e India non è poi così grande[4].

I Paesi in via di sviluppo sono però in parte giustificati, dato il loro PIL pro-capite più basso: l’India nel 2021 ha registrato un PIL pro-capite di 1,868.78€, l’Italia nel 2020 di 27.780€, 10 volte più alto. Questo significa che Paesi come l’India o la Cina sono liberi di inquinare quanto vogliono fino a quando non raggiungeranno il nostro stesso livello di ricchezza? No. Ma è ingenuo chiedere loro di migliorare i loro standard di efficienza energetica, quando milioni di persone in questi Stati non hanno accesso ad acqua potabile o elettricità. È per di più stupido chieder loro maggiori sacrifici quando siamo stati “noi occidentali” ad inquinare di più, Stati Uniti in primis ed Europa a seguire.

Ritorneremo su questo punto e parleremo a tempo debito anche dei piani di questi Paesi (India e Cina) per il raggiungimento della neutralità climatica.

La seconda riflessione che conviene fare per semplificare in parte la discussione è questa: il settore energetico non comprende solo il consumo di energia elettrica che ci permette, per esempio, di usare e ricaricare un computer (con cui magari state leggendo questo articolo su Pillole di Politica), ma anche industria, agricoltura, trasporti, e climatizzazione[5]. Questa divisione aiuta a capire meglio quanto i diversi settori impattino sull’ambiente, cosa si può fare per migliorare, come e di cosa abbiamo bisogno.

Vi rimando al libro per gli altri settori: d’ora in poi parleremo del settore elettrico, in quanto più “semplice” da de-carbonizzare, e in futuro sempre più importante grazie all’elettrificazione dei trasporti e di parte dell’industria: in Unione Europea (UE) si prevede che la penetrazione dell’elettricità nella domanda finale di energia crescerà dall’attuale 23% al 30-31% entro il 2030, e tra il 47% e il 60% entro il 2050.

In più, il settore elettrico non richiede investimenti così ingenti per essere de-carbonizzato come il mondo dell’industria. Un esempio: rendere green la produzione di acciaio all’ILVA di Taranto è molto più complesso che costruire un parco eolico o solare che dia elettricità a migliaia di case.

Nel prossimo articolo guarderemo alle diverse fonti (rinnovabili e non) a nostra disposizione per la produzione di energia elettrica in Italia e in Europa e faremo anche un’analisi di alcuni Paesi virtuosi, come Islanda, Norvegia o Svezia e sì, anche Francia.


[1] Eurostat, “Primary energy consumption”: https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/t2020_33/default/bar?lang=en

[2] Ministero dello Sviluppo Economico, “La situazione energetica nazionale nel 2019”, giugno 2020.

[3] Our World in Data, “Primary energy consumption”: https://ourworldindata.org/grapher/energy-consumption-by-source-and-region?stackMode=absolute

[4] Our World in Data, “Share of primary energy from fossil fuels”: https://ourworldindata.org/grapher/fossil-fuels-share-energy

[5] Questa la divisione viene fatta da Bill Gates nel suo libro “Clima. Come evitare un disastro. Le soluzioni di oggi, le sfide di domani.” L’AIE divida in maniera leggermente diversa, ma comunque simile: uso domestico, industria, servizi, trasporto, agricoltura/foresta e pesca.

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