Generalmente febbraio è il momento in cui si riprende l’agenda per poter riprogrammare la propria vita: si prefissano nuovi obiettivi, si scelgono nuove strade da percorrere, si volge lo sguardo verso nuovi orizzonti. Febbraio assomiglia un po’ al limbo dantesco: si è a metà tra la fine e l’inizio, tra l’orlo dell’abisso infernale e la salvezza. 

Spesso nella quotidianità si sente l’esigenza di valutare i traguardi raggiunti e rintracciare nuovi scopi che orientino le nostre scelte. Non è solo qualcosa che caratterizza i nostri tempi, ci si accorge effettivamente come tutta la storia sia stata fatta di obiettivi da raggiungere e raggiunti: si pensi ad Albert Einstein che riuscì a ribaltare i presupposti della fisica classica con la sua “relatività”, o agli americani che riuscirono a vincere il Secondo conflitto mondiale diventando la nuova potenza emergente nel 20esimo secolo. 

Proprio nel Secondo Dopoguerra individuiamo il nostro secondo “punto di partenza”: il 10 luglio del 1943, con lo sbarco degli Alleati in Sicilia torna al potere la mafia, ci racconta Camilleri che: “su 60 paesi della provincia di Palermo, vennero eletti sindaci dagli americani, ben trenta mafiosi; trenta paesi passarono sotto il controllo diretto della mafia.” Furono anni duri per la Sicilia: Terra baciata dal sole e piena di meraviglie, “più bella lì dove è più aspra e nuda” ribatterebbe Sciascia, Terra piena di colori come ce la presenta Guttuso, Terra di festa e gioia. 

L’8 settembre del ‘43, un giovane ragazzo, Placido Rizzotto, abbandona la Sicilia scegliendo di combattere contro i nazisti, per poi ritornarvi alla fine del conflitto mondiale. Viene eletto come segretario della Camera del Lavoro di Corleone e presidente dell’Associazione reduci e combattenti dell’ANPI. Scompare nel marzo del 1948. 

Nella Sicilia del tempo, nei mirini delle lupare mafiose vi erano i giovani sindacalisti: quelli che credevano in una politica pulita, limpida; quelli che dicevano di “no”; quelli che mettevano i bastoni tra le oscure faccende dei padrini del tempo, quelli scomodi che non piacevano a chi della politica si interessava solo per aver sostegno e voti. Dice Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera: “la politica dovrebbe essere al servizio del bene comune e non dei propri consensi”,  di questo Rizzotto era già convinto, e per questo venne fatto fuori. Il suo corpo venne ritrovato nel “cimitero privato della cosca di Corleone”, Rocca Busambra, dai Carabinieri guidati dal Generale Dalla Chiesa. Tutti i mandanti furono arrestati ma solo uno mancava all’appello, assolto con una sentenza della Corte d’assise di Palermo del ‘52: Luciano Liggio, futuro capo mafia di “Cosa nostra”. È questo il momento in qui si segna l’ascesa al potere della cosca Corleonese, è questo il momento in cui si inizia a parlare di una ferocia inaudita fra le campagne Palermitane.  

Palermo: “Una città in cui si fa politica con la pistola”, dice Pio La torre, inviato qualche giorno dopo la scomparsa di Rizzotto alla Camera del Lavoro di Corleone. Prima sindacalista, poi consigliere comunale e infine segretario del PCI. Pio La Torre a differenza di Rizzotto è il “testimone oculare della prima mutazione mafiosa” spiega il giornalista Attilio Bolzoni, assiste al trasferimento dei boss dalla campagna all’ambiente cittadino. “Stanno scendendo in città”, rivela lui, il giudice Terranova, uno tra i pochi magistrati che in quegli anni non negò l’esistenza della mafia in Sicilia. Cosa succede? A Palermo si costruisce ovunque, si abbattono storiche ville e grandi palazzi in stile Liberty. “Palermo è bella, facciamola più bella” grande aspirazione di Salvo Lima, futuro sindaco del capoluogo siciliano.

Nel ’67 le elezioni per i comunisti vanno male, Pio La Torre va a Roma, ritorna più tardi in Sicilia, ma “prima di lui arriva la sua fama”, è fra i deputati che hanno firmato la proposta di legge che dall’ ’82 conosciamo come “legge Rognoni-La Torre”, nota per l’introduzione nel nostro ordinamento sanzionatorio delle misure di prevenzione patrimoniali: confisca e sequestro. La Torre aveva intuito che per combattere i mafiosi era necessario attaccare i loro beni, infatti l’obiettivo di tali misure è quello di interrompere il rapporto tra il bene illecitamente acquisito e il soggetto.

Il 30 aprile del 1982 arriva l’ordine dall’alto della “cupola” di uccidere il sindacalista. A Palermo non si indaga sulla sua morte, solo più tardi il giudice Falcone parlerà di “un omicidio di natura fondamentalmente mafiosa”. “Perché lo hanno ucciso?” Il generale Dalla Chiesa risponde: “Per tutta una vita”. 

Queste, le storie di due personaggi che coraggiosamente hanno sacrificato la propria vita, che si prefissarono di combattere dalla parte dei più deboli; loro, fra le prime linee delle lotte contadine negli antichi feudi siciliani, due personaggi che hanno fatto la storia di una Sicilia già ferita al tempo, una Terra che faceva fatica a liberarsi delle cellule mafiose, delle “coppole” prima e dei “colletti bianchi” dopo, proprio perché in continua proliferazione. Due personaggi che credevano in una politica sana, fatta di valori comunemente condivisi altrettanto sani, una politica lontana da soprusi, corruzione, forza e violenza. Credevano certamente in una politica che fondasse o rifondasse la società e non che la distruggesse o contribuisse a distruggerla.

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