“Ecco the winner”. Sono queste le parole con cui Dario Franceschini saluta il segretario del PD, Enrico Letta, nel Transatlantico. Il problema è che di “winners” non ce ne sono stati. Le classi dirigenti dei partiti si sono mostrate poco all’altezza della sfida che incombeva. Tuttavia, intendiamoci, la situazione era appesa ad un filo e non era facile gestire il gioco troppo complesso, figlio di quel “voto del cambiamento” che nel 2018 ha prodotto la situazione frammentaria di cui anche oggi si raccolgono i frutti amari.

Certamente l’ipotesi del Mattarella bis era il massimo che si poteva fare ed il Presidente, da grande uomo delle Istituzioni qual è, ha accettato senza battere ciglio.

Nonostante tutto, il problema sostanziale rimane: la precarietà dei partiti. Qualcuno potrebbe dire che il Parlamento abbia vinto, però sarebbe più utile parlare di una “vittoria mutilata”. La rielezione di un Presidente non è una prassi usuale del nostro sistema e dovrebbe essere ammessa solo in casi estremi e con una certa celerità. Per quanto ci siano elementi nazionali ed internazionali come la pandemia, le tensioni mondiali ed i rincari del gas che incalzano e che avrebbero potuto giustificare una eventuale rielezione, è mancata comunque la rapidità di movimento nell’elezione di Sergio Mattarella, eletto non alla prima votazione, ma ben oltre. Questa manovra è parsa come una silenziosa ammissione di colpe da parte degli attori politici, incapaci di sedersi attorno ad un tavolo ed essere in grado di trovare una soluzione. Il King maker non è stato poi così regista, non riuscendo nel difficile intento di trovare un candidato all’altezza che conciliasse tutti: il centrodestra e gli alleati di Governo. È andato avanti a tentoni, con una strategia incerta e poco chiara.

Dall’altra parte, invece, è mancata la coesione e chi ambiva ad un fronte ampio, o meglio “progressista”, dovrà rivedere i propri piani. Letta ha aspettato, in silenzio, ed alla fine il suo atteggiamento cauto gli è valso il ruolo di “winner”. Ma attenzione: per quanto quella di Mattarella sia stata una scelta auspicata dallo stesso segretario del PD, i tempi ed i modi non sono stati all’altezza dell’auspicio iniziale, fermo restando che la rielezione rimane una forzatura evidente. Inoltre, il nuovo centro che si sta formando potrebbe dare il via ad una prossima battaglia che avrebbe il nome di “legge elettorale proporzionale”. La Meloni, quasi certamente, farà di quest’anno una trincea di guerra per riuscire a captare più voti antisistema possibili, diventando sempre di più attore dominante nella destra conservatrice del Paese. Sarà interessante capire cosa succederà con i vecchi alleati a questo punto, dentro una coalizione che è ormai logorata e piena di rancori tra le parti. Allo stesso modo il Movimento dovrà fare i conti con la presenza di anime forti che si sgambettano a vicenda, provocando dei pasticci politici. Conte ha già affermato che “servirà un chiarimento” e noi staremo qui a vederne l’evoluzione.

La felice “Repubblica dei partiti” è scomparsa ormai da tempo, ma il problema sistemico che ha lasciato permane e si alimenta anno dopo anno. A ricordarcelo sono state le agognate rielezioni dei Presidenti Napolitano prima e di Mattarella adesso. La centralità dei partiti non è più tanto dominante e questo comporta che il fallimento della politica non sia imputabile solo ai dirigenti o ai parlamentari, ma ad un insieme di regole che andrebbero rivisitate al più presto, auspicando una seria riforma della Costituzione, che possa dare una stabilità al sistema. Il problema non è solo politico, ma anche sistemico infatti. Oggi, più di ieri, serve rammentarcelo, senza più negarcelo.

Certamente, nella debolezza del sistema in generale, non si può che non parlare di elettorato attivo, il quale si interessa sempre meno alle questioni politico-istituzionali, limitandosi ad additare e giustiziare la politica in affanno come degli aguzzini. Questo incentiva la distanza siderale tra partiti e cittadini, che si sostanzia nel disinteresse generale al momento del voto.

Probabilmente, oltre a salvaguardare e potenziare l’istruzione e la ricerca da cui parte sempre tutto, bisognerebbe affrontare maggiormente le tematiche sociali anche dal basso, al fine di stimolare quella partecipazione democratica che potrebbe dare nuova linfa alla democrazia stessa. Dare ancor più seguito a workshop ed incontri di varia natura su delle tematiche centrali stimolerebbe un processo che creerebbe a sua volta dinamiche cosiddette “bottom up” e darebbe la possibilità ai cittadini di conoscere meglio il sistema. Questo introdurrebbe anche un meccanismo di scelte dei rappresentanti migliore e probabilmente non determinerebbe più, o almeno limiterebbe, quei terremoti elettorali figli dell’antipolitica, dove i populismi sguazzano indisturbati ed indiscreti.

Il Mattarella bis mette a fuoco tutto questo e ci ricorda di agire per la salvaguardia del sistema. Governanti e governati devono rivedere il modus agendi e le regole del gioco, al fine di evitare una rotta di collisione che potrebbe portarci al tracollo dovuto all’indifferenza di massa.

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