Una guerra, quella tra Russia e Ucraina, che va avanti da ormai 8 anni. Un conflitto nato nel febbraio 2014 con l’occupazione russa della Crimea a seguito della rivoluzione ucraina, durante la quale le autorità locali della stessa penisola palesarono la volontà di entrar a far parte della Federazione russa indicendo un referendum (marzo 2014) sull’autodeterminazione della penisola, segnato dalla vittoria del ‘Si’ con il 95% dei voti e, quindi, dalla conseguente annessione alla Russia. Un esito che, tuttavia, ancora oggi il governo ucraino e la maggioranza della comunità internazionale non riconosce. Ad aprile dello stesso anno il presidente russo Vladimir Putin incoraggia inoltre la rivolta dei separatisti filorussi nel Donbass, nell’Ucraina orientale; è proprio in questo territorio che, di fatto, prendono oggi forma le tensioni tra le due nazioni.
Prim’ancora di essere filorussi, gli abitanti del Donbass sono anzitutto indipendentisti, consapevoli della loro capacità di incidere in maniera significativa sul PIL della nazione, producendo ricchezza grazie al loro indotto industriale; sono coscienti della concentrazione, entro i loro confini, di una quota importante di materie strategiche come carbone e acciaio; al più, questo territorio rappresenta un luogo portante dell’identità ucraina come nazione. La domanda che ci si pone è perché, tra gli insorti per ottenere l’indipendenza dal resto dell’Ucraina, si sono fin da subito distinti vari esponenti russi posti immediatamente a comando delle forze armate delle due Repubbliche Popolari che costituiscono il Donbass, Donetsk e Luhansk.

Come detto, Putin è stato abile ad alimentare la loro ribellione per ottenere un’indipendenza rispetto all’intera nazione, garantendo soprattutto un importante appoggio militare: a partire dal 2014, l’ipotesi di un’adesione dell’Ucraina alla NATO diventò concreta per i fatti di cui sopra, dunque Putin valuta conveniente un Donbass instabile da poter eventualmente ‘utilizzare’ come arma di ricatto, al fine di impedire l’adesione di un così importante stato-cuscinetto come l’Ucraina al Patto Atlantico. Da quell’anno, con gli Accordi di Minsk I (2014) e Minsk II (2015), si cercò di garantire stabilità nel territorio ormai soggetto a forti pressioni geopolitiche, senza tuttavia ottenere grossi risultati: il ritiro delle truppe russe e la forte influenza della Russia nelle elezioni delle regioni separatiste sono solo alcuni degli argomenti tutt’ora irrisolti.

Negli ultimi giorni si sono nuovamente intensificate le voci su una possibile adesione dell’Ucraina alla NATO, atto che la Russia considererebbe ostile e quindi motivo di intervento e pressioni. Di fatto, a metà del 2021 l’Ucraina ottiene la partecipazione al cosiddetto ‘Piano d’azione per l’adesione’, un meccanismo che prevede la presentazione di un rapporto annuale sui progressi fatti dalla nazione al fine di rientrare entro i criteri stabiliti dal Patto Atlantico, approvato in Parlamento proprio qualche settimana fa, all’inizio di gennaio 2022; è proprio da quei giorni, infatti, che è stata messa in atto un’importante movimentazione delle truppe russe nei confini con l’Ucraina. Ma siamo davvero sull’orlo di un conflitto che vede contrapposti da un lato la Russia e dall’altro i paesi aderenti alla NATO, a sostegno dell’Ucraina? Nonostante le crescenti tensioni e le dichiarazioni di intervento, in caso di invasione della Russia, da parte di diverse nazioni aderenti alla Patto Atlantico (che in questi giorni stanno già garantendo all’Ucraina forniture militari e aiuti economici), non sembrerebbe esserci ancora una reale motivazione per lo scontro: l’Alleanza Atlantica non può infatti accogliere membri coinvolti in conflitti o comunque caratterizzati da tensioni interne. Ed ecco, dunque, il ruolo chiave che gioca il Donbass, dove effettivamente milizie filorusse e militari ucraini combattono già da tempo. A ciò si aggiunge la questione gas: Mosca vuole dimostrarsi un fornitore affidabile nei confronti dell’Europa ma, se la NATO dovesse imporre sanzioni a seguito degli attacchi russi, potrebbe verificarsi un taglio della distribuzione e, considerando che il 40% del gas utilizzato nell’UE arriva proprio dalla Russia, l’impatto sarebbe devastante. E anche Mosca, inevitabilmente, andrebbe a subire un inevitabile contraccolpo economico.

Qual è, allora, l’idea di fondo che spinge Putin ad armarsi creando pressioni all’Ucraina? La risposta è semplice: agli occhi della Russia, la potenziale futura adesione dell’Ucraina ad un’alleanza occidentale con paesi euro-americani, che funzione può avere se non una funzione anti-russa?

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