Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha previsto la realizzazione di 1288 Case della Comunità, ma di cosa stiamo parlando? Sono strutture polifunzionali distribuite sul territorio, dove il Medico di medicina generale, il Pediatra e altre figure (quali logopedisti, fisioterapisti e tecnici della riabilitazione) lavorano in modo coordinato. Nel 2020 ci sono stati 16 milioni di accessi al pronto soccorso con codice verde e bianco e l’87% di essi non è sfociato in un ricovero. Sembra evidente, quindi, come l’obiettivo principale sia quello di rafforzare la medicina di prossimità, al fine di ridurre la pressione sulle strutture ospedaliere. Fin qui tutto bene, ma dove sta il problema? Ad oggi più di 40 mila medici di base sono considerati dei liberi professionisti convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale, i quali svolgono, in base al numero di pazienti, dalle 5 alle 15 ore settimanali di attività ambulatoriale, contrattando inoltre con il Sistema sanitario nazionale le eventuali prestazioni in eccesso. Tuttavia, per poter lavorare nelle Case della Comunità i medici di base dovranno passare da liberi professionisti, quali sono tutt’ora, a dipendenti garantiti. Nonostante ciò dovrebbe essere ben visto dai medici di base, nella realtà le manifestazioni di volontà nel diventare dipendenti non si sono affatto viste. La colpa sembra essere dei sindacati di categoria (gli stessi che trattano con il governo i contratti dei medici di base) che si “occupano” di loro dalla formazione post-laurea (unico caso in Europa) fino all’ultimo giorno di servizio, facendo emergere una situazione poco chiara e trasparente. Questa volontà non manifestata da parte dei medici di base, aggiunta al mancato stanziamento nel PNRR delle risorse per l’assunzione di oltre 16 mila figure tra amministrative e sanitarie, rischia di mandare in fumo più di 2 miliardi di euro già previsti dal piano, generando uno dei più classici “casi all’italiana” a cui siamo ormai abituati ad assistere, sopratutto negli ultimi decenni.

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