Come risolvere il conflitto israelo-palestinese? Sicuramente non così! Minacciarsi reciprocamente come accade in questi giorni, limitandosi a festeggiare l’uno i morti dell’altro, non porterà a nessuna soluzione nel breve e, soprattutto, nel lungo periodo. E di questo, a mio parere, ne sono colpevoli gli organi politici di entrambe le fazioni. È in occasioni come queste che dovrebbe dunque riaffiorare l’importanza di organizzazioni internazionali come l’Unione Europea e l’ONU: per tanto tempo, infatti, si è sperato che fosse la comunità internazionale a risolvere il problema, creando un dialogo tra le parti interessate, ma come successo in varie altre occasioni (Ucraina, Balcani, Yemen) la speranza si trasforma troppo facilmente in fantasia.
Consapevoli di questo, forse è arrivato il momento in cui uno dei due attori politici protagonisti del conflitto (governi, non cittadini) si assuma la responsabilità di avviare un processo che sfoci in una dialettica, ormai sempre più indispensabile, in grado di portare a delle trattative concrete che non si vadano tuttavia a dissolversi nel tempo, come successo spesso in passato. Ma se da un lato il primo ministro israeliano Netanyahu minaccia nuovi attacchi verso Gaza, dall’altro lo stato palestinese risulta molto influenzato dallo statuto di Hamas, organizzazione politica e paramilitare, da alcune nazioni considerata terroristica, che spinge ad una riorganizzazione del territorio e alla nascita di un nuovo stato palestinese. Considerando la situazione sociale ed economica che caratterizza oggi Palestina e Israele, forse è proprio dal governo della seconda che ci si aspetta una prima mossa in questo senso. Ma Netanyahu non sembra avere questa intenzione, almeno per il momento. Anzi, sembra che nelle sue azioni goda anche di un importante sostegno: il presidente democratico degli Stati Uniti Joe Biden, nonostante l’invito ad un ‘cessate il fuoco’ espresso nelle ultime ore, in prima battuta dice poco e male: “Israele ha diritto a difendersi”; e ancora: “Quella israeliana non è una risposta eccessiva”. Ci pensa Bernie Sanders a riequilibrare la posizione statunitense: “Sembra che ci accorgiamo della violenza in Israele e Palestina solo quando i razzi cadono su Israele. Il conflitto non è iniziato con quei razzi. Il nocciolo della questione è che Israele rimane l’unica autorità sovrana in quella terra, e invece di prepararsi per la pace e la giustizia, ne ha rafforzato il controllo ineguale e antidemocratico. Gli Stati Uniti devono riconoscere che i diritti dei palestinesi contano”. L’ex candidato alla presidenza USA afferma ciò senza, sempre a mio parere, dare la giusta attenzione ‘al come’ quel controllo ineguale e antidemocratico, di cui parla, sia arrivato negli anni nelle mani di Israele. Giusto per essere ancora più chiari: tra gli stati che considerano Hamas un’organizzazione palestinese terroristica ci sono gli USA e tutti i suoi alleati storici, tra cui l’Unione Europea.
Non so cosa oggi voglia dire essere palestinese, vivendo quindi una situazione di risentimento e assoluta povertà, e non so cosa oggi significhi essere israeliano, soggiornando dunque in uno stato da più di settant’anni militarizzato e costantemente minacciato da tutte le nazioni limitrofe. Lo posso immaginare, ma non sento di avere le conoscenze e le competenze necessarie per decidere se schierarmi a favore di una parte piuttosto che dell’altra. In Italia invece si tende ad affrontare questo genere di questioni per tifoseria, in questo caso in ottica anti-israeliana o anti-palestinese: una scelta spesso giustificata esclusivamente dai personali orientamenti politici. Mi chiedo se sia corretto fermarsi solo su questo aspetto o se, come me, ritenete estremamente necessario analizzare le decine di questioni che caratterizzano questo storico conflitto non solo geopolitico, ma anche sociale, economico e religioso. Sto con gli israeliani che non condividono le azioni che il loro governo sta attuando. Sto con i palestinesi che, senza alcuna colpa, si ritrovano privi di una casa e senza i propri cari.

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