In tempi di Covid, abbiamo imparato tutti ad accontentarci di quello che abbiamo, senza dare nulla per scontato. Tornare a scuola sembra la più grande conquista sociale dell’anno e riabbracciare (metaforicamente) i compagni di università da gioia a tanti studenti. Impegnati a sconfiggere questo mostro chiamato Coronavirus, abbiamo accolto le lezioni a distanza all’università e i banchi con le rotelle a scuola senza grandi remore.

La pandemia però finirà e spero che subito dopo si torni finalmente a parlare di istruzione. Ma attenzione non come da anni a questa parte. Da quando ero adolescente, le grandi riforme della scuola si son limitate a lanciare maxi-assunzioni degli insegnanti e a stabilizzare i precari. Parlando di università, ci si limita ad ampliare talvolta i fondi per la ricerca e introdurre qualche corso tech sperando che l’Italia diventi un giorno la Silicon Valley.

Io però non voglio parlare di questo quando dico che bisogna ritornare a parlare di istruzione ma di ben altro.

Con cadenza annuale, riappare l’articolo del Corriere o della Repubblica in cui si certifica la bassa preparazione in determinati ambiti e la mancanza di alcune skills tra gli studenti italiani. I politici nostrani pensano che sia sufficiente assumere un po’ di professori qua e là e tutto si risolverà automaticamente. Quello che però nessuno mai propone è una rivoluzione nei contenuti delle scuole italiane. Perché innanzitutto non ripensare il numero di anni trascorsi a scuola? La scuola media e la scuola superiore si sovrappongono sotto molteplici aspetti. Ripensarla, magari condensandola e riducendone l’intera durata, aiuterebbe ad accelerare il passaggio degli studenti al mondo universitario e del lavoro. L’altro punto per me critico è dato dai contenuti. Abbiamo una suddivisione tra scuole (liceo classico, scientifico, linguistico, ecc) assai anacronistica. Le competenze richieste dalle università e dal mondo del lavoro per competere su scala globale son cambiate rispetto a 50 anni fa e bisogna evolversi di pari passo. Invece, ancora abbiamo la netta e futile frammentazione tra chi pensa che studiare il greco ti renda migliore e chi pensa che studiarlo ti identifica come un cavernicolo. Bisogna modernizzare ed adattare i programmi. Bisogna insegnare l’informatica ai ragazzi del domani. Amo Dante ma nel futuro non avremo bisogno solo di persone che san parlare ma anche di gente che sa analizzare il mondo circostante fatto di dati. E invece il livello di informatica di gran parte delle scuole italiane si ferma all’aprire il pc e scrivere su word. 20000 nuovi insegnanti non saranno mai la soluzione a questo problema.

E l’università? Aboliamo le triennali e torniamo al ciclo unico a 4 anni. I ragazzi e le ragazze italiane entrano nel mondo del lavoro in ritardo rispetto agli studenti stranieri portando già con sé un grande gap quando si cerca lavoro. Un ciclo unico eviterebbe di ripetere le stesse identiche materie tra triennale e magistrale e consentirebbe di studiare i contenuti meglio accompagnando lo studio con annuali e ricorrenti esperienze di tirocinio (da retribuire adeguatamente e non al pari di uno schiavo egizio). Mi confronto con ragazzi stranieri che finiscono l’università con 4 tirocini. Come dovremmo mai competere con loro col sistema italiano? Le triennali servono solo a svuotare le tasche delle famiglie, arricchire gli editori di libri e gli atenei.

Non è la globalizzazione che ci sta rubando il futuro bensì la miopia di politici che non riescono a comprendere la necessità di modernizzare strutturalmente e alla radice il sistema scolastico e universitario per rimanere competitivi col resto del mondo.

Mentre scrivo questo articolo, mi fermo a pensare che in questa legislatura abbiamo addirittura un ministero totalmente dedicato all’Università. Eppure se dovessi dire dove trovare il Ministro Manfredi e cosa ha fatto e vuole fare per l’Università, beh mi sa sarebbe meglio sintonizzarmi su RaiTre su Chi l’ha visto?. Sull’Azzolina meglio tacere.

Carlo Giannone

1 comment

  1. Concordo su molte cose, si può dire che manca una riforma strutturale e con una visione del mondo dietro, dai tempi del fascismo, lo sanno tutti ma nessuno ha una progettualità con cui rispondere, solo palliativi e mini riforme che creano solo un Frankenstein legislativo.

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