Nelle scorse settimane, l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando (PD) ha scatenato un acceso dibattito pubblico sulla necessità di esercitare un potere di controllo e vigilanza nelle aziende che beneficiano degli ingenti prestiti erogati dallo Stato italiano. Richiamandosi all’esempio della Germania, l’esponente del Partito Democratico ha suggerito che lo Stato possa entrare nel Cda delle aziende beneficiarie per un determinato periodo, in modo da garantire che l’impresa mantenga gli impegni assunti nel momento in cui riceve finanziamenti a fondo perduto da parte dello Stato. La proposta ha suscitato grandi polemiche costringendo Orlando a puntualizzare più volte le dichiarazioni fatte.

Che l’idea possa essere condivisibile o meno, si può concordare sul fatto che sia necessario e doveroso un monitoraggio sull’utilizzo dei prestiti Statali alle grandi aziende affinché questi non vengano in realtà destinati al pagamento di maxi-dividendi piuttosto che a misure strutturali, atte a rinforzare il core business e ad assicurare la solidità di lungo termine della compagnia coinvolta. In Italia, infatti, uno dei più grandi problemi che affligge il tessuto imprenditoriale nazionale è rappresentato dalla sistematica e rischiosa sotto-capitalizzazione delle sue aziende.

Tuttavia, appare inverosimile che lo Stato possa esercitare un’azione di controllo costante e dettagliata in un numero tanto ampio di aziende come quelle presenti nel nostro Paese. Eppure, ogni società ha all’interno un implicito meccanismo di controllo che vigila sul funzionamento della stessa: i lavoratori. Data tuttavia la debolezza e fragilità delle forze sindacali nel nostro Paese, sarebbe bene riflettere sull’introduzione di nuovi meccanismi di partecipazione della forza lavoro nel monitoraggio delle decisioni del Cda. Tra questi uno dei più importanti e che ha sortito ottimi risultati è il meccanismo della codeterminazione.

Il principio della codeterminazione prevede la rappresentanza obbligatoria dei lavoratori nel Collegio di Sorveglianza (responsabile per l’elezione del Consiglio di Amministrazione e corrispettivo del Collegio Sindacale in Italia) delle grandi aziende. Nasce in Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale in risposta ai conglomerati tedeschi del carbone e dell’acciaio che avevano supportato l’ascesa di Hitler finanziariamente e industrialmente. L’idea sottostante tale principio è che una composizione democratica del Collegio di Sorveglianza possa evitare rischiose alleanze tra i governi e gli industriali e garantisca allo stesso tempo il rispetto dei diritti dei lavoratori preservando sia le loro condizioni sia il corretto funzionamento dell’apparato aziendale. In dettaglio, il principio prevede che nelle aziende con oltre 500 dipendenti, 1/3 dei componenti del Collegio di Sorveglianza sia scelto dai lavoratori. Tale cifra diventa ½ nelle aziende con oltre 2000 dipendenti.

L’applicazione di questo meccanismo ha generato effetti molto positivi in Germania: seppure le forze lavoro e sindacali abbiano un potere limitato e minoritario rispetto a quello della proprietà, tuttavia esercitano un importante potere di informazione e di consultazione nonché il diritto di veto in decisioni per loro dannose quali localizzazioni all’estero, chiusure di impianti, fusioni e acquisizioni aziendali. Anche in virtù dell’applicazione di tale principio, la Germania vanta uno dei minori tassi di disoccupazione e maggiori garanzie salariali e tutele sociali per i lavoratori.

Come sostenuto da importanti professori universitari quali Fauver e Fuerst, “la rappresentanza dei lavoratori nel board delle imprese apporta competenze molto preziose nel processo decisionale delle aziende, e fornisce un potente strumento per monitorare le decisioni degli azionisti e il comportamento del management. Inoltre, maggiore è il bisogno di coordinamento aziendale, maggiore è anche l’efficacia della rappresentanza del lavoro. Tuttavia, questi vantaggi non si verificano quando la rappresentanza è nominata dai sindacati e non eletta dai lavoratori.”

I Paesi che adottano forme di cogestione presentano una migliore performance negli otto indicatori utilizzati da Eurostat per misurare il progresso in confronto ai cinque principali obiettivi Europa 2020, che sono:

• percentuale del 75% di occupati sulla popolazione dai 20 ai 64 anni
• spese per ricerche e sviluppo pari a 3% del Pil
• raggiungimento dei traguardi europei 20-20-20 (20% di tagli alle emissioni di gas inquinanti; 20% di energie rinnovabili sul totale e 20% di riduzione dei consumi di energia)
• la percentuale di uscita dalla scuola primaria sotto al 10% e almeno il 40% della popolazione dai 30 ai 34 anni con una laurea
• almeno 20 milioni di persone fuori dal rischio di povertà e di esclusione

Quando la classe politica e giurisprudenziale italiana solleverà questo importante tema sollevando l’importanza di applicare principi simili a quello della codeterminazione?

Carlo Giannone

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